Lodovico Pogliaghi: se si studiasse!
a cura di Chiara Palumbo

GALLERIA GHIGGINI 1822
11 Marzo-06 Aprile 2006

Se si studiasse

opere in catalogo


newsletter

Se volete essere raggiunti da curiosità, iniziative ed appuntamenti su Lodovico Pogliaghi, iscrivetevi alla Newsletter inserendo il vostro account di posta elettronica.

lodovico pogliaghi: se si studiasse!

 

Testo introduttivo al catalogo della mostra

Lodovico Pogliaghi. Se si studiasse! Titolo insolito e curioso per una mostra di disegni di uno tra i più grandi artisti di fine ‘800 e inizi ‘900, ingiustamente trascurato dalla storiografia artistica e dimenticato tanto dalla Sua Milano quanto da Varese, città adottiva alla quale dedicò gli ultimi anni del suo operare e che tra l’altro ospita quel suo magnifico eremo di casa-museo sito presso il borgo di Santa Maria del Monte. Un titolo suggeritomi da Emilio Ghiggini, che ricorda essere stato monito espresso di sovente dal Pogliaghi stesso, sia all’interno delle aule dell’Accademia di Brera, sia al di fuori. Difatti la testimonianza di Mons. Luigi Lanella apparsa nella pubblicazione curata da Ugo Nebbia rammenta proprio di quel giorno in cui il Maestro, rimproverato di aver troppo largheggiato nell’uso dell’oro nei suoi lavori rispose con bonarietà, non disgiunta da una certa severità: se si studiasse…. Una frase ad hoc per questa occasione, poiché i disegni esposti sono da dividersi in due gruppi ben distinti: da una parte quelli che testimoniano lo studio attraverso la copia di opere dei grandi artisti del passato; dall’altra, quelli che rappresentano la progettazione e la creazione di opere autografe. Queste due sezioni della mostra sono però unite da un filo rosso: la scrupolosa ricerca, il continuo tendere ad una perfezione di forme, proporzione e ritmo, cui fa capo un’intransigente fedeltà alla tradizione e una rigida disciplina legata a quegli schemi classici che tanto il Pogliaghi considerava assiomi per se stesso e per i propri allievi. Una lezione, quella dello studio, che lo fa essere in pieno uomo del novecento e che dovrebbe conferirgli la fama e i meriti finora negatigli; se infatti da una parte il suo stile fastosamente barocco, opulento nell’ornato e nella decorazione, spesso sovrabbondante di stilemi artistici del passato, lo declassa per il suo essere démodé e retrò, dall’altra è proprio la sua sensibilità eclettica nel lavoro e nella sua indole di mirabile collezionista, a renderlo chiave di volta tra due momenti artistici ben distinti passati alla storia: il classicismo di matrice accademica ancora ricercato nell’ambito di commissioni pubbliche, private ed ecclesiastiche, contrapposto a quel movimento propulsore ribelle che sfociò nelle avanguardie novecentesche. Ecco il perché si vuole dedicare a Lodovico Pogliaghi quella che non sarà sicuramente l’ultima mostra di disegni, essendo il suo corpus di studi particolarmente ricco, ma purtroppo disgregato e conservato in diverse sedi. Poco più di una trentina sono i disegni esposti, molti inediti, altri riproposti in seguito ad un’errata attribuzione del soggetto rappresentato, come nel caso del panneggio della Storia (Famedio, Cimitero Monumentale di Milano), del volto di San Giuseppe (San Babila a Milano), dell’allegoria della Gloria (Tomba di Camillo e Arrigo Boito, Cimitero Monumentale a Milano) e di altri studi di composizioni riconducibili a opere di artisti del passato. La maggior parte di essi sono eseguiti a carboncino (studio del Profeta Geremia di Donatello, studio da Saffo e Alceo di Alma Tadema), talvolta impreziositi da tocchi magistrali in biacca o sanguigna (studi per la Porta Centrale del Duomo di Milano, Pulpito del Duomo di Chiavari, San Giuseppe), oppure semplicemente a matita (studio dagli schizzi leonardeschi per la Battaglia d’Anghiari, da La Pietà e da Leda e il cigno di Michelangelo, da La Disputa del Sacramento di Raffaello, da La Madonna della rosa di Parmigianino, da Diana al bagno di Boucher), ripassata in alcune occasioni a china (studio per il Crocifisso del Duomo di Milano, studio per Giano Bifronte e Nettuno del Palazzo San Giorgio a Genova) o, infine a olio (studio per la Storia, Famedio, Cimitero Monumentale di Milano).
Diverse tecniche utilizzate in momenti differenti dell’iter di progettazione e di creazione del lavoro; difatti man mano che l’artista si avvicina a quella che probabilmente sarà la versione definitiva dell’opera, il disegno si fa maggiormente curato; il tratto veloce e sommario di un semplice appunto acquisisce in un secondo tempo un’accurata ricercatezza ed eleganza della linea, per poi lasciare il posto a modellazioni chiaroscurali con valore plastico.
Degno di interesse è anche il supporto spesso costituito da fogli di blocco da disegno, o da piccoli ritagli fortuiti o da carte che recano sul retro la planimetria della città di Genova (studio per Guglielmo Embriaco del Palazzo San Giorgio a Genova) o la sigla della Società degli Artisti e Patriottica (studio per la Tomba di Camillo e Arrigo Boito), fino ad arrivare ai cartoni. Analizzando invece i disegni veri e propri è interessante notare come Pogliaghi si soffermasse su alcuni dettagli dell’opera e ne facesse oggetto di esercizio minuzioso, come ad esempio il volto, più volte riproposto della figura femminile che compare a fianco del corpo inerte di Giovanni Maria Visconti, o la postura del braccio e della mano dell’allegoria della Gloria nella Tomba dei Boito. Diversi sono anche i fogli che ripropongono particolari di opere famose, avulse dall’organicità dell’insieme (studi da La Disputa del Sacramento di Raffaello, La Madonna della rosa di Parmigianino, La Pietà di Michelangelo, Diana al bagno di Boucher). Altre volte lo studio riguarda l’intera composizione (Trionfo di Venere di Boucher). Un’altra tipologia è, infine, quella di fogli provvisti di quadrettatura (studio per il Sacro Cuore di Gesù della Cappella dell’Università Cattolica a Milano, Guglielmo Embriaco del Palazzo San Giorgio a Genova), che rappresenta l’ultimo stadio della progettazione prima dell’esecuzione finale. Si afferma quindi, in questa mostra, l’importanza capitale del disegno, un primato che quest’arte da sempre detiene e con cui Pogliaghi si è misurato incessantemente. Schizzi, esercizi per l’armonia della linea, la resa del volume, l’impostazione di una formella, appunti di particolari anatomici, di sinuose pieghe di tessuti, di posture del corpo che potevano sempre tornare utili ... . Talvolta vere e proprie citazioni anche palesemente ricercate e riadattate secondo il caso: basti pensare a uno degli Angeli portacero di Pisa che certo non tradisce un occhio di riguardo ai Prigioni di Michelangelo o, senza andare troppo lontano, al tabernacolo della nostra Chiesa di San Vittore, il cui Cristo risorto è copia fedele di quello del Morazzone, che il Pogliaghi aveva ben presente facendo parte l’opera della sua variegata collezione.
Studio e ancora studio, nel proliferarsi di una produzione grafica tanto vasta quanto singolare nel suo genere, soprattutto se inserita in quell’ottica con cui ci si dovrebbe avvicinare per conoscere e apprezzare la personalità artistica di Lodovico Pogliaghi: la poliedricità dei suoi interessi, l’eclettismo che lo caratterizza.