asilo macchi-zonda di bobbiate (varese)
Silvio Macchi, Emma Zonda e Lodovico Pogliaghi:
un rapporto di buon vicinato e di committenza fedele
A cura di Chiara Palumbo
(Estratto dal libro: "La forza del bene, il coraggio di educare. Cento anni dell'asilo Macchi Zonda di Bobbiate", 2010)
I coniugi Rag. Silvio Macchi ed Emma Zonda hanno voluto dotare il paesello di Bobbiate, soggiorno ad essi tanto gradito, di un Asilo Infantile che è un vero gioiello: un gioiello non soltanto come istituto che risponde nel modo il più perfetto e con meravigliosa larghezza di metri a tutte le più moderne esigenze dell’igiene e della pedagogi, ma anche come squisita opera d’arte, che denota quanto dell’arte i coniugi Macchi-Zonda siano appassionati e profondi cultori. […] L’edificio sorge all’ingresso del paese, lungo la strada comunale, e si presenta come un’elegantissima palazzina di stile lombardo, collocata nel centro di un ampio giardino in formazione. Niente che riveli la solita linea rigida ed uniforme del fabbricato ad uso di istituto pubblico: è una villa. Una villa artistica, mossa in tutte le sue parti, completa anche nei più piccoli dettagli, squisitamente armonica nel suo assieme. Dal giardino, chiuso da cinta e cancellata in perfetto stile, un’ampia gradinata mette nell’atrio d’ingresso, che ci rivela subito quanta distinzione, anche nelle più piccole cose, sia dovunque profusa. Sulla parete di fronte, in mezzo ai ritratti dei genitori Macchi Giovanni e Zonda Ambrogio, è collocata una splendida lapide di marmo, su cui spicca questa epigrafe, dettata dal Dott. Cav. Luigi Zanzi, che mirabilmente incide il gentile pensiero dei benefattori: I CONIUGI | SILVIO MACCHI E EMMA ZONDA | CONSACRANO | QUESTO ASILO | NEL NOME DI | GIOVANNI MACCHI | E | AMBROGIO ZONDA | AFFINCHÉ | LA MEMORIA DEI GENITORI AMATISSIMI | RIMANGA PERENNE ED IN BENEDIZIONE | FRA GLI INNOCENTI E GLI VMILI | MCMX .
Con queste parole, la cronaca locale riportava, all’indomani dell’accaduto, una notizia alquanto importante per l’epoca, visto che l’istituto infantile, inaugurato in forma simpaticamente modesta il 21 Marzo 1910, fu tra i primi sul territorio varesino . Tale novità ebbe un’eco ancora maggiore considerata non solo la notorietà dei benefattori, ma anche quella dell’autore del progetto dell’edificio: Lodovico Pogliaghi , l’artista che tra il 1894 e il 1908 aveva firmato una delle pagine più belle di arte sacra del ‘900, la porta centrale del Duomo di Milano. In realtà il nome di Pogliaghi era già familiare agli abitanti di Bobbiate in quanto, una decina di anni prima, aveva realizzato, sempre su committenza dei Macchi-Zonda, il piccolo altare in stile lombardo antico all’interno della Grotta della Madonna di Lourdes , fatta a immagine e somiglianza di quella della cittadina francese .
Il rapporto di committenza fedele tra Silvio Macchi e Lodovico Pogliaghi traeva radici salde da una sicura stima per il lavoro reciproco che li vide protagonisti, tra l’altro, in qualità di consiglieri, all’interno dell’amministrazione comunale di Santa Maria del Monte. Tali cariche derivarono non solo dall’interesse e dall’amore per l’antico borgo religioso ma soprattutto dal fatto che entrambi vi avevano trovato sicuro luogo di dimora. Difatti i Macchi-Zonda e Pogliaghi coltivarono anche, per diverso tempo, rapporti di ottimo vicinato: l’artista milanese si innamorò, sin dalla fine dell’800, di quella che per anni definì “La Sua Madonna”, presso la quale vi morì nel 1950 . L’ampio parco che circonda Villa Pogliaghi confina con l’odierna Via Fincarà, costellata da gioielli architettonici di fine gusto floreale ed eclettico, tra i quali si staglia anche Villa Pax, alias Villa Macchi-Zonda. Anche quest’opera fu commissionata a Pogliaghi agli inizi del '900. La scelta del luogo fu dettata dalla necessità di assicurare a Emma, malata di tubercolosi , la costante presenza di luce e aria fresca. A tal proposito l’artista orientò appositamente l'edificio a mezzogiorno e, grazie alla progettazione di ampie vetrate, riservò una veduta privilegiata direttamente sul circostante ampio parco a terrazze digradanti sul Lago di Varese .
Questa volontà di ricerca di una luminosità totale e avvolgente si legge anche nella stesura primitiva del progetto dell’asilo, che negli anni fu interessato da diversi lavori di ampliamento e ammodernamento .
Sebbene oggi risulti alquanto mutato l’ambiente circostante l’edificio, in origine la sua stessa felice ubicazione concorreva a perseguire questa caratteristica; l’asilo dominava la vasta campagna circostante e dai terrazzi superiori si godeva di un superbo panorama dei monti da una parte, e della verde vallata digradante verso il lago dall’altra . Oltre a questo importante requisito, l’istituto infantile poteva decisamente vantare una certa originalità strutturale e di stile; gli stessi articoli giornalistici dell’epoca sottolineano la peculiarità di un edificio che si configurava maggiormente quale abitazione privata - una villa per l’appunto - piuttosto che sede di educazione scolastica. Pogliaghi progettò un semplice ed elegante alzato costituito da un corpo centrale a parallelepipedo affiancato da due ali laterali arretrate. L’intera struttura, di stampo eclettico, vide l’utilizzo e la combinazione, in un perfetto equilibrio formale, di differenti stilemi appartenenti all’arte romanica, gotica e rinascimentale. L’edificio si presentava originariamente diviso in due parti: quella inferiore, mossa da un bel bugnato in pietra grigia, mentre la superiore denotava una certa ricerca coloristica attraverso l’alternanza di mattoni rossi e conci che riprendevano l’apparato murario sottostante. Una breve gradinata, affiancata da balaustre sorrette da pilastri un tempo “in stile” con l’intero edificio, conduceva alla porta d’accesso nella fronte centrale che immette all’atrio. L’ingresso, rimasto inalterato, risulta impreziosito da una trabeazione in pietra ed è affiancato da due finestre che presentano ferri battuti con motivo a quadrifoglio. Le tre aperture sono sormontate da una lunetta sopra la quale i conci in pietra sono ben disposti a formare un arco a sesto acuto riecheggiante caratteri gotici. Diversi elementi concorrono ad arricchire e impreziosire l’insieme: finestre bifore e trifore rette da esili colonnine con eleganti capitelli, cordonature in cotto e cornici a “dente di sega”, balconcini (di cui oggi ne è rimasto visibile solo uno) con formelle in cotto quadrilobate, trabeazioni lignee e capichiavi in ferro con disegni ornamentali. Ciò che da subito colpisce, in un confronto diretto con la sopraccitata Villa Pax Macchi-Zonda, è la continuità di tali tratti distintivi e il recupero, tale e quale, di tutti questi elementi a cui sono da aggiungersi la decorazione interna a fasce bicrome e i soffitti a cassettoni che un tempo erano presenti e di cui oggi si ha traccia solo su alcune travi portanti. Una fotografia degli anni ’30 conservata presso l’Archivio dell’Asilo ci restituisce l’atrio nelle sue originarie fattezze, prima della vasta apertura del muro di fondo e provvisto di tali elementi decorativi.
Da un confronto con l’odierna sistemazione della sala è possibile notare quale fosse l’originaria ubicazione dei due ritratti di Ambrogio Zonda e di Giovanni Macchi, un tempo sormontati da due corone di fiori contenenti i loro nomi, purtroppo oggi andate perdute a seguito dei lavori di ampliamento dell’edificio. Le tele raffiguranti i due uomini illustri sono invece ancora ammirabili e sono state posizionate l’una accanto all’altra. L’effige di Ambrogio Zonda, industriale e commerciante vinicolo varesino, riflette le sue origini di colto imprenditore borghese lombardo e ne attesta l’autorevolezza e il relativo censo. Riccardo Galli , autore del dipinto ad olio, ha voluto raffigurare l’uomo in posizione frontale, completo di panciotto, cravatta ben annodata e catena reggi-orologio. La postura, il vestito e particolari quali la scriminatura dei capelli e il taglio dei baffi sono perfettamente assimilabili ad un altro ritratto dello Zonda, eseguito intorno al 1907 da Giuseppe Barbaglia e oggi conservato presso l’Ospedale Maggiore di Milano . Risulta quindi plausibile una probabile immagine fotografica usata quale modello da entrambi gli artisti.
Lodovico Pogliaghi si occupò invece di eternare il volto di Giovanni Macchi in un piacevole ritratto di tre quarti in cui l’uomo, dalle braccia conserte, veste giacca scura e ha il volto incorniciato da baffi e pizzetto e animato da cappello inclinato e papillon di color rosso sgargiante.
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Ai benefattori sono invece dedicate due lapidi commemorative in marmo di Candoglia sorrette da mensoloni che presentano nella zona centrale, racchiuso tra due lesene, un clipeo a scaglie contenente un altorilievo bronzeo con i rispettivi ritratti a tre quarti. Le due volute alla base sono affiancate dai caratteristici simboli funerari: una lampada votiva con una fiamma che arde, segno perenne di luce nell’oscurità, e un melograno, simbolo di resurrezione in quanto i suoi innumerevoli semi rappresentano l’immortalità, evocando un conseguente senso di prosperità e fertilità. Al di sopra degli estremi cronologici un sobrio elemento a trabeazione con dentellatura reca al centro l’Uroburo, il re serpente (o drago alato) che si morde la coda, rappresentazione allegorica del ciclo di evoluzione che l’uomo compie nel corso della sua vita, simbolo dell'infinito spaziale e temporale che racchiude nello stesso tempo le idee di movimento, continuità, autofecondazione ed eterno ritorno. La forma circolare del simbolo, che viene ripresa dalle stesse squame che circondano il tondo bronzeo, va anche interpretato come l’unione del mondo sotterraneo (raffigurato dal serpente) e del mondo celeste (rappresentato dalla forma circolare).
Nella parte inferiore, a concludere i monumenti celebrativi, sono le seguenti iscrizioni dedicatorie: “Alla cara memoria | di Emma Macchi Zonda | che deserta delle gioie materne | ai bimbi di Bobbiate | suoi figli di elezione | munificamente assicurò questo Asilo” e “Della santa consorte collaboratore sapiente | il Comm. Silvio Macchi | qui soleva rasserenarsi tra i figli del popolo | Bobbiate | li ricorda entrambi con indivisa gratitudine”. Le due lapidi furono eseguite in momenti differenti, tanto che lo stesso carattere utilizzato per l’iscrizione e altri piccoli elementi presentano alcune diversità. Il ritratto di Emma deve essere stato eseguito poco tempo dopo la sua morte (8 dicembre 1912) e l’identità degli autori del bronzo è da ricondursi ai gemelli Carlo e Luigi Rigola , allievi e collaboratori, proprio in quegli anni, di Pogliaghi.
A sostegno di tale ipotesi è il ritrovamento, presso l’archivio privato di famiglia, di una fotografia d’epoca, peraltro alquanto nota, in cui la nobildonna presenta postura e acconciatura perfettamente coincidenti all’opera scultorea; inoltre l’istantanea è provvista di relativa quadrettatura necessaria per trasportare correttamente le misure e le proporzioni dall’immagine al bozzetto in gesso poi utilizzato per la successiva fusione bronzea. Tale ritratto risulta altresì identico a quello che orna la lapide esposta presso l’atrio dell’Asilo Infantile Emma Zonda a Biumo Inferiore e commissionata nel 1917 a Lodovico Pogliaghi . L’assenza di firma o sigla alcuna dell’artista conferma l’ipotesi che entrambi i ritratti, realizzati dal medesimo modello in gesso, furono compiuti dai Rigola. La lapide dedicata a Silvio Macchi fu invece pubblicamente inaugurata il 28 settembre 1924 . Il medaglione centrale fu tratto dal modello in plastilina, opera dell’artista Orazio Grossani, già in possesso dal Sig. Gino Nicora e da questi cortesemente messo a disposizione per la riproduzione e fu tradotto in bronzo dallo scultore varesino Enrico Nicora. Tale opera risulta copia esatta del ritratto bronzeo precedentemente realizzato per la lapide dedicatoria posta nell’atrio dell’Asilo di Biumo Inferiore .
Il rapporto di committenza tra Silvio Macchi e Pogliaghi ha la sua conclusione con la realizzazione dell’edicola funeraria di famiglia che ancora oggi campeggia all’ingresso del cimitero presso il borgo di Santa Maria del Monte. L’architettura della tomba gentilizia, dotata di abside , richiama stilemi romanici e testimonia, ancora una volta, la continuità di stile perseguita dall’artista e voluta dal committente.
Riferimenti bibliografici
Statuto organico dell’Asilo Infantile Macchi-Zonda in Bobbiate, Stabilimento cromo tipografico A. Nicola & C., Varese, 1912.
L'asilo infantile Emma Macchi Zonda in Biumo Inferiore, Arti Grafiche Varesine, Varese, 1917.
O. Alberti, La vita. Le opere. La casa. Le raccolte di Lodovico Pogliaghi, Milano, 1955.
U. Nebbia, La vita e le opere, note critiche e biografiche, in “Lodovico Pogliaghi nella vita e nelle opere”, a cura del Comitato per le Onoranze “Fontes Ambrosiani”, XXXIII, (Studi in onore di Lodovico Pogliaghi), Milano, 1959.
F. Gualdoni, R. Prina, Lodovico Pogliaghi. L’accademia e l’invenzione, catalogo della mostra, Varese, Sala Veratti, ed. Lativa, Varese 1997.
M. Lodi, L. Negri, C’erano una volta. Novantuno protagonisti della storia di Varese, Ask Edizioni, Varese, 1989.
La Grotta della Madonnina di Bobbiate, a cura dell’Associazione Amici della Madonnina”, Varese 1990.
Accoppiamenti giudiziosi. Industria, arte e moda in Lombardia 1830-1945, a cura di Sergio Rebora e Anna Bernardini, catalogo della mostra tenutasi presso il Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Varese - Castello di Masnago dal 26 Novembre 2004 al 3 Aprile 2005, Silvana Editoriale, Milano, 2004.
G. Ferrario, Luoghi della memoria. Storie di famiglie e personaggi varesini, Macchione Editore, Varese, 2006.
Studiando Lodovico Pogliaghi, a cura di Chiara Palumbo, catalogo dell’omonima mostra, ed. GHIGGINI 1822, Varese 2007.
L’Arte e il Sorriso. Opere in mostra per “Il Ponte del Sorriso” di Varese, catalogo della mostra tenutasi presso il Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Varese - Castello di Masnago dal 24 Aprile al 31Maggio 2009, Edizioni Lativa, Varese 2009.
Riferimenti archivistici
ACVa, ex Comune di Bobbiate, cartella 3, categoria 2, fascicolo 2, “Asilo Inferiore Macchi Zonda 1910-1914”.
AAMZ, Registro sedute consiglio direttivo
Atomo d’autunno, n° 13, 1971.
Atomo, n°40, Novembre 1979.
Cronaca Prealpina, 17 Luglio 1902.
Cronaca Prealpina, 22 Marzo 1910.
Cronaca Prealpina, 9 Dicembre 1912.
Cronaca Prealpina, 30 Aprile 1924.
Cronaca Prealpina, 30 Settembre 1924.








